Sceneggiatura: Neil Gaiman
Disegni: Dave McKean
Anno: 2014
Editore: Edizioni BD

“C’è un senso di completezza unico nel riuscire a finire qualcosa. Non c’è altro modo per descriverlo: la sensazione di essersi ripresi qualcosa dall’eternità, di avere offerto qualcosa a un dio compiaciuto. Di avere sconfitto il sistema.”

Ho finito di scrivere questa recensione, e un cerchio si chiude. Un cerchio che ha più la forma di un triangolo, a tratti forse di un quadrato. Prima che iniziate a dubitare della mia sanità mentale ho due argomenti da portare a mia discolpa. Prima di tutto non sono mai stato bravo in geometria. Davvero, la odiavo. Preferivo occupare il mio tempo leggendo fumetti e, ora che ci penso, questo è esattamente il motivo per cui non ero bravo in geometria e per cui, probabilmente, non troverò tanto facilmente un lavoro. In secondo luogo, sto parlando qui delle opere frutto della collaborazione fra Neil Gaiman e Dave McKean. Il connubio fra i due è ormai nei libri di storia del fumetto (e non solo), ma mi riferisco in particolare a quello che, da molti, è considerato un trittico, formato da “Violent Cases”, “La tragica commedia o la comica tragedia di Mr. Punch” e “Signal to Noise”. Alcuni vi aggiungono anche “Black Orchid”, che per certi versi si discosta drasticamente dai tre sopra elencati.
Di qui la forma incerta della mia figura concettuale.

La storia redazionale di “Signal to Noise”, come spesso accade, fu non solo accidentata, ma si coagulò in diverse forme artistiche, andando dal radiogramma della BBC fino ad un incompiuto progetto cinematografico, passando per un adattamento teatrale.Apparso prima a puntate sulla rivista “The Face” nel 1989, fu poi pubblicato in un volume unico nel 1992 e non fu mai tradotto in Italia prima del 2014. Ho infatti acquistato il volume venduto in anteprima al Lucca Comics & Games, mentre nelle fumetterie nostrane sarà disponibile dal 20 Novembre.

Il volume che spero stringerete presto fra le mani, inoltre, non contiene solamente l’originale “Signal to Noise”, ma è preceduto (come spiega McKean nella Prefazione all’edizione Bloomsbury del 2007) da tre storie brevi: “Wipe Out” (la doppia che convinse la rivista britannica a commissionare ai due autori “Signal to Noise”), “Decostruzione” (altra doppia autoconclusiva commissionata da una rivista tedesca) e “Confini” (creata per un libro internazionale di storie brevi che celebrava la caduta del muro di Berlino). Reca inoltre, come conclusione, il capitolo Millennio.

La tecnica che più di tutte ha solleticato il mio immaginario è certamente quella delcut-up (consiste nel ritagliare parti di un testo scritto per poi mischiarne i frammenti al fine di ottenere nuove frasi, spesso apparentemente senza senso compiuto e con poco da spartire con la grammatica convenzionale), non solo perché aggiunge alla già eterogenea poetica grafica di McKean anche un attenzione ti tipo diverso verso lo scritto, ma perché si sposa alla perfezione con quello che è forse il tema narrativo e filosofico principale dell’intero volume (a cui si riferisce lo stesso titolo).
Riconoscere, in un oceano di rumore, un segnale distinguibile e portatore di senso.
I testi che appaiono all’inizio di ogni capitolo, infatti, sembrano essere stati composti proprio tramite la dadaistica tecnica di cui sopra, al punto da rendere il messaggio complessivo difficilmente decifrabile. Saremo come di fronte ad una comunicazione radio disturbata, in cui solo a tratti potremo riconoscere un barlume di significato (il testo all’inizio del secondo capitolo, “Occlusione”, richiama anche visivamente la tecnica del cut-up). Come i due autori britannici ci hanno ben abituato, anche in questo volume importanza centrale avrà l’incomunicabilità, la frustrazione che spesso si associa alla creazione artistica e lo scorrere inesorabile del tempo che sfugge al nostro controllo.

“Leggere questi lavori è come trascorrere un mese in montagna. Torni più magro, più forte. Ti sei abituato al silenzio e hai scoperto una voce interiore che ti parla, con urgenza e senza essere ascoltata, da tanto tempo. Sei meno paziente verso il rumore di fondo del mondo, ma questo è un vantaggio. All’inizio della storia, il dottore dice al protagonista:

“Devi lasciarti visitare, devi lasciarti curare”. 
Lui rifiuta. Ma chiunque legga Signal to Noise ha già iniziato la cura.”

 

Qual è la storia attorno a cui ruota questo volume?
Siamo a Londra, un regista cinematografico sta morendo di cancro, il male contro cui ha deciso di non voler lottare e che gli impedirà di girare quello che considerava il “film della vita” (e che sarà invece, non senza una punta di ironia, quello “della morte”). La vicenda si sarebbe svolta nell’anno 999 dopo Cristo, considerato l’ultimo prima della venuta sulla terra dell’Apocalisse (“Mille e non più di Mille” tuonavano i mistici, o almeno di certo quelli meno ottimisti) raccontando come gli abitanti di un paesino nell’Europa centrale avrebbero affrontato le ultime ore prima della fine del mondo. Il film non potrà essere girato, ma il regista ha deciso di volerlo visualizzare, comunque, nella sua testa. Sulle pareti del suo studio conserva con orgoglio foto di persone provenienti da tutto il mondo, incluse a loro insaputa nel suo involontario castingdecennale. Daranno loro le sembianze ai personaggi.

Ho sempre associato l’atto di scrivere, come quello del creare, ad un parto (seppur meno doloroso, suppongo). Questa volta coinciderà invece con il suo opposto, con la morte.
Nonostante si parli di rumore, di suono, di segnale, le tavole di McKean lasciano in realtà trasparire un angosciante silenzio. Un silenzio privo di speranza che avvolge le pagine con un pianto ovattato. E’ dell’uscita di scena di un singolo uomo che stiamo parlando, eppure la sua solitudine è totalizzante, il suo dolore catartico.
Perché come “Signal to Noise” ci insegna, non esiste l’Apocalisse, bensì una infinita serie di piccole Apocalissi.
Come se l’ironia non avesse già abbastanza posto in questa dolorosa vicenda, la sua Apocalisse personale, germogliata nella sua stessa carne, non gli permetterà di salutare il nuovo millennio. Il male che gli è stato diagnosticato sembra destinato ad impedirgli di arrivare al tanto agognato 31 Dicembre del 1999.

Come dare un senso alla vita allora? Come trovare, immersi nel rumore assordante, un segnale che abbia qualche senso, che sveli il mistero di tutto? Per l’amico Reed non esiste il rumore, tutto ha un senso. Per lui, questa soluzione che puzza di misticismo è “solo la risposta razionale alla seconda metà del XX secolo”. Per Inanna invece nulla ha senso.
Non è facile quindi stare nel mezzo.
Costretto a dover fare i conti con la propria fine fra l’Apocalisse di San Giovanni, il Kali Yuga induista, il film che ha in mente e la sua infanzia che gli torna prepotentemente davanti, il segnale da percepire sembra sempre più un vago e flebile SOS capace di dare un senso. A tutto.
Dire che le mie aspettative erano alte quando ho finalmente potuto leggere questo volume è senza dubbio riduttivo, ma quanto si tratta di Gaiman e McKean che vi devo dì? Sempre due maestri, nient’altro da aggiungere.
A volte è quasi superfluo chiedersi di cosa trattino realmente le loro opere: “Queste cose prendono una vita propria. Parla delle persone, credo. Tutto qua. Persone”.

Fic: leggo sempre cose allegre.

Autore articolo: [Tommaso Battimiello]

FONTE: http://www.avisonmagazine.com